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L'economia

I boschi della Valcalda sono un esempio dello stretto rapporto tra l’uomo e l’ambiente dove si trova a vivere. La storia di questi boschi si può dividere in tre parti principali: dal 1600 ai primi anni dell’800, da questi fino agli anni ‘50 e ‘60 del ‘900 ed il periodo successivo.
Nella prima fase il bosco rappresentava l’elemento fondamentale della sopravvivenza in montagna; nella seconda la foresta era una risorsa sfruttata e gestita con opportune regole, praticamente inesauribile. L’ultima fase, molto recente, si è avviata da quando lo sfruttamento del bosco, inteso come fonte della materia prima legno, non è stato più economicamente interessante. L’ambiente montano, persa quella valenza, ha invece acquisito un interesse da parte non già dei suoi abitanti, ma da parte di coloro che vivono e lavorano altrove.
La struttura amministrativa delle vicìnie si mantenne fino al 1806, quando a seguito della riorganizzazione napoleonica fu sostituita dal Comune che inglobò nel suo patrimonio anche le “comugne” e, con decreto del 1811, boschi e pascoli non risultarono più degli abitanti originari ma del nuovo ente amministrativo.
L’amministrazione della vicìnia aveva ben chiaro che dalla “buona gestione” del bene comune dipendeva la sopravvivenza di tutta la comunità che, di conseguenza, vigilava sull’equilibrio del proprio territorio. Questa unità amministrativa, tra i vari compiti, dava i permessi per edificare nuove fornaci. Le fornaci infatti consumavano grandi quantità di legna, in modo particolare di faggio, ed è facile collegare ad esse la graduale scomparsa di questa latifoglia, soprattutto durante il 1800.
Oggi il 95% del territorio è boscato. Escludendo le piste da sci ed alcune aree immediatamente a ridosso dei centri abitati, gli alberi hanno conquistato, e stanno conquistando, molto terreno. L’abete rosso domina il paesaggio forestale ed è un elemento caratterizzante molto forte. Questa presenza è tanto più visibile durante l’autunno, quando le variazioni cromatiche indicano la presenza di specie sempreverdi accanto ad alberi a foglia caduca come il faggio. Il paesaggio attuale è ben diverso da quello che doveva essere durante il 1700 e 1800 quando la superficie boscata era ridotta a favore della presenza di ampie aree pascolabili e prati da sfalcio e quando la specie preponderante era il faggio.
Il faggio, per gli abitanti della Valcalda, era un elemento importante perché forniva legna da ardere, legname da lavoro, strame. Il terreno del sottobosco inoltre, particolarmente fertile, ricco di humus, veniva utilizzato per la coltivazione degli orti.
In molti documenti troviamo descrizioni come “bosco pascolivo” o “pascolezzo boschivo”. Nel primo caso si trattava di un bosco molto rado all’interno del quale gli animali potevano pascolare; nel secondo di un pascolo vero e proprio con alcune piante di alto fusto isolate. Questi alberi erano per lo più faggi: molte fonti documentano tagli a carico di questa specie al fine di ampliare le zone di pascolo. La scelta tra pascoli e boschi era difficile anche perché il cambio doveva essere vantaggioso: per questo motivo non si tagliavano le fustaie di abete rosso, che rendevano di più economicamente e quindi costituivano un patrimonio da conservare, ma i cedui di faggio. Le zone pascolabili così ottenute venivano spesso colonizzate dall’abete rosso.
La difesa del territorio boschivo era anche finalizzata alla stabilizzazione dei suoli. Tramite l’emissione di leggi generali per la salvaguardia del territorio la Repubblica di Venezia cercava di salvaguardare il patrimonio boschivo della Carnia, materia prima fondamentale per l’Arsenale e, al tempo stesso, difendersi dalle dannose conseguenze che l’erosione dei versanti montani portava alla laguna.
Il versante sud della valle era usato prevalentemente come pascolo tranne in alcune parti indicate sui documenti come boschi di faggio puri o in consociazione con abete rosso, bianco e larice. Nel versante nord questa latifoglia formava un bosco misto assieme alle tre specie citate. L’area denominata Pezzetto (Pezzeit) a nord di Stalis e Palù, descrive proprio un bosco misto nel quale si presume fosse predominante l’abete rosso (pez).
La vendita all’incanto era solitamente fatta per i boschi ancora da tagliare. La Vicìnia aveva un martello forestale con il quale venivano segnate le piante da abbattere. Il numero di piante stabilito nella vendita doveva essere ricontrollato a taglio avvenuto per evitare gli imbrogli. L’abbattimento doveva essere fatto nei tempi stabiliti senza recare danno al pascolo, agli animali o alle strade.
Oggi l’abete rosso è diventata la specie dominante, soprattutto nei versanti esposti a sud. Nel versante opposto la superficie boscata è rappresentata da più specie: abete rosso, bianco e faggio, che continua ad essere la specie dominante all’estremo sud della proprietà comunale